Sara, che freelance sei?
Sono una freelance che vive di metodo ma ragiona in termini di persone. Sono una Project Advisor, non una task manager. Non gestisco solo progetti: li faccio funzionare attraverso le persone che li rendono possibili. Perché se io faccio bene il mio lavoro, le persone si sentono ispirate, valorizzate, e tutto il sistema cresce.
Per me il project management non è un mestiere, è un approccio mentale. Significa saper osservare, semplificare, costruire connessioni e trasformare il caos in strategia sostenibile nel tempo.
Di cosa ti occupi come project manager freelance?
Aiuto aziende e professionisti a trasformare obiettivi ambiziosi in processi chiari e sostenibili. Vengo dal mondo della comunicazione e del marketing, quindi il mio approccio è trasversale: unisco pensiero strategico, gestione e sensibilità creativa.
Spesso entro in realtà che stanno crescendo velocemente e hanno bisogno di mettere ordine: ridefiniamo ruoli, strumenti, flussi di lavoro e priorità.
In sintesi: ottimizzo il modo in cui le persone lavorano insieme, così che i risultati arrivino più in fretta e con meno stress.
Come sei passata dalla laurea giuridica alla gestione di progetti?
Per insofferenza verso l’immobilità. Il diritto mi ha dato la forma mentale — il pensiero logico, la struttura, la disciplina — ma io avevo bisogno di movimento.
Quando sono entrata nel mondo della comunicazione, lavorando mentre concludevo i miei studi universitari, ho capito che potevo unire logica e creatività. Lì ho imparato che la mia vera forza era dare direzione e ritmo a tutto ciò che si muove intorno a un progetto.
È stato un passaggio naturale: dalla norma al metodo, dal testo all’azione.
Ti ricordi il momento o la scelta che ti ha fatto dire: “voglio fare la freelance”?
Sì.
Quando ho realizzato che stavo costruendo sistemi di valore per altri, ma senza poterne orientare davvero l’impatto.
Essere freelance per me non è una fuga, è una scelta di autonomia e lucidità: posso decidere dove mettere la mia energia, con chi collaborare e quale tipo di valore creare.
Non mi interessava più “gestire” — volevo dare direzione per costruire valore vero e non solo task completati.
Cosa ti ha aiutata di più nei primi mesi da freelance? E cosa invece hai dovuto imparare a forza di errori?
Mi ha aiutata la mia mente “da project”: ordinata, strategica, sempre orientata al risultato.
Ma ho dovuto imparare che non puoi fare tutto da sola — e che dire “no” è un atto di lucidità, non di debolezza.
L’altro grande insegnamento è stato umano: il valore di ogni progetto nasce dalle persone che lo costruiscono.
Quando le valorizzi, quando le ascolti davvero, tutto il resto — tool, flussi, strategie — diventa naturale.
Il mio lavoro è anche questo: creare un contesto in cui le persone possano esprimersi, sentirsi ispirate e lavorare bene.
Un progetto ben gestito è sempre il riflesso di persone che stanno bene.
C’è una parola che ti rappresenta?
La mia parola è metodo. O meglio — metodo con l’anima da playmaker. Perché sì, amo l’ordine, ma non quello che blocca: quello che fa muovere meglio. Io non impongo regole, creo gioco. Metto le persone nella posizione giusta perché tutto il team possa funzionare in armonia.
Il mio metodo serve proprio a questo: non a controllare, ma a far fluire.
Perché quando il metodo incontra il movimento, nasce equilibrio — e nell’equilibrio arriva la performance vera.
Quali sono le competenze più importanti che servono oggi a un project manager, secondo te?
Capire il perché prima del come, saper pensare.
Oggi tutti sanno usare tool, ma pochi sanno leggere il contesto strategico.
Le competenze tecniche servono, ma senza una visione sistemica restano vuote.
Un buon project manager deve essere un traduttore: tra visione e operatività, tra persone e processi.
E deve saper leggere i dati come se fossero storie, non solo numeri.
E dal punto di vista umano, quali soft skill contano di più nel tuo lavoro?
Ascolto, empatia, lucidità. E calma.
Un project manager non serve a “fare”, serve a creare spazio mentale per chi deve agire.
La leadership in questo lavoro non è autorità, è chiarezza. Il mio lavoro è far funzionare le persone insieme, non solo i task. Per me ogni collaboratore è una risorsa di valore, e il mio compito è metterlo nelle condizioni di rendere al meglio creando una connessione vera con lui/lei.
Io non vedo le persone come “risorse”, ma come potenziali da attivare.
Quando le aiuti a lavorare bene, a sentirsi parte di qualcosa di strutturato e rispettoso, il lavoro diventa sano.
E un lavoro sano è quello in cui nessuno si consuma, ma tutto si costruisce con equilibrio.
Com’è la tua giornata tipo? Hai dei riti o strumenti che ti aiutano a gestire il lavoro?
Inizio la giornata con chiarezza e priorità. Ogni giorno inizia con una revisione dei flussi: cosa genera valore oggi, e cosa no.
Non bevo caffè, ma mi “accendo” con la musica “giusta” in cuffia. Uso diversi tool tra cui Notion e Miro.
Ma il mio vero strumento è la comunicazione: parlare, ascoltare, capire chi ho davanti.
Perché anche il processo più perfetto, se non è compreso, non funziona.
Cosa consiglieresti a chi vuole diventare freelance in ambito project management oggi?
Non partire dai tool, parti dal pensiero. Il project management è un modo di osservare la realtà, non un software da imparare. Impara a leggere le dinamiche, a capire le persone, a creare connessioni vere.
Inoltre ricordarsi che essere freelance non è assenza di regole, è saper creare struttura dove nessuno te la dà, autonomia costruita sul metodo.
L’obiettivo non è lavorare di più, ma lavorare meglio e con equilibrio.
Cosa sogni o progetti per il futuro? Hai un obiettivo o un traguardo a cui stai puntando?
Voglio diffondere un nuovo modo di fare performance: più umano, più strategico e più sostenibile nel tempo.
Credo che le soft skills — empatia, ascolto, capacità di leggere le persone — siano oggi la leva più potente che un’azienda possa attivare.
Le hard skills fanno procedere i progetti, ma sono le soft skills che li fanno funzionare davvero, perché generano fiducia, coesione e motivazione.
Il mio obiettivo è scalare l’impatto, non solo i numeri: creare cultura, metodo e mentalità.
Perché il futuro delle aziende non è nella velocità, ma nella chiarezza.
E quando dai valore e ordine ai processi e alle persone, la crescita non è più un traguardo — diventa una conseguenza naturale.
